“Mineralogia dell’interiorità”
di Alessandro Trabucco
Il mezzo scelto dall’artista è una forma materiale della sua vibrazione psichica, che chiede e impone un’espressione. Se è quello giusto, il mezzo produce una vibrazione pressoché identica nell’anima di chi la riceve.
Ciò è inevitabile.
Sulla composizione scenica di Wassily Kandinsky
da: Wassily Kandinsky e Franz Marc
Il Cavaliere Azzurro, 1912
L’opera di Nino Alfieri sovverte i canoni estetici contemporanei. L’artista ignora le mode, agisce con una libertà tale da rendere il suo lavoro unico nel panorama artistico attuale. Bisogna tornare indietro a circa un secolo fa per poter apprezzare la portata e l’importanza della ricerca di Alfieri, alla lenta evoluzione che nel campo delle arti visive, musicali e letterarie ha trovato nelle avanguardie storiche il proprio compimento. L’opera dall’artista milanese è paragonabile ad una sorta di teatro multisensoriale che riattualizza le teorie per un’opera d’arte totale elaborate ai primi del Novecento come conseguenza diretta delle innovazioni compiute nel secolo precedente in campo musicale e teatrale da Richard Wagner, concretizzate in seguito da musicisti come Alexandr Skryabin ( basti pensare al suo pianoforte luminoso e alla sua idea di rappresentazione scenica sacra con l’utilizzo di suoni, colori e profumi nel Prometeo del 1911 ) ed Arnold Schoenberg ( teorico della dodecafonia e autore di opere pittoriche e musicali prettamente espressioniste come La mano felice sempre del 1911 con annotazioni precise su luci, movimenti, suoni e colori ) e dalle opere teatrali di un’artista eclettico e colto come Wassily Kandinsky ( Il suono giallo del 1909 e Violett del 1911/1914 ) nelle quali venivano abbinati suoni, forme geometriche e colori dando vita ad una sorta di rappresentazione Suprematista-espressionista. E proprio nel passaggio epocale tra i due secoli che la commistione dei diversi linguaggi artistici diede nuova linfa vitale alla creatività dei grandi protagonisti delle avanguardie storiche, un fermento che trovò in parecchi personaggi dei sensibili ricettori in grado di elaborare le nuove e rivoluzionarie teorie. Infatti, a partire dal “cromatismo wagneriano” si svilupparono lentamente le esperienze compositive del cosiddetto impressionismo ( Claude Debussy e Maurice Ravel ) in cui tale procedimento musicale fu portato alle estreme conseguenze, sino a raggiungere sonorità esotiche utilizzando scale modali e pentatoniche, per una rappresentazione “atmosferica” degli eventi naturali come traduzione musicale immediata delle sensazioni profonde che questi fenomeni possono evocare nel profondo dell’animo. Un atteggiamento che spinse la generazione seguente a distogliere la propria attenzione dalla natura ( l’esteriorità) per rivolgere il proprio sguardo alle forme del proprio animo, secondo quel principio che Kandinsky defi nisce della “necessità interiore”. E’ la nascita dell’arte espressionista ed astratta come reazione critica alla “oggettività” che ha caratterizzato le opere dell’impressionismo e del cosiddetto post-impressionismo ( la ricerca scientifica sul colore realizzata da Seurat e Signac nel pointillisme ). Una premessa obbligatoria, per illustrare le radici culturali sulle quali potrebbe basarsi l’arte di Alfieri senza per questo rimanerne imbrigliata, e per calare il lettore e lo spettatore nelle atmosfere create dall’artista, in cui la ricerca di una sorta di “mineralogia dell’interiorità” (sua la felice definizione) ha portato alla realizzazione delle proprie opere. L’opera di Alfieri non procede secondo una logica evolutiva lineare, è assolutamente estranea ad una lettura spazio-temporale orizzontale e consequenziale, è piuttosto legata ad una concezione creativa circolare, allo stesso tempo centrifuga e centripeta, che ignora volutamente le limitate e limitanti leggi estetiche che vorrebbero l’arte come specchio fedele del proprio tempo, a favore di un’universalità che la affranchi da forme mentali stereotipate e standardizzate. Essa racchiude in sé l’intera evoluzione dell’uomo che dalla preistoria lo ha portato all’attuale era tecnologica, sino a possibili visioni futuristiche su di un ritorno a forme arcaiche ed archetipiche scaturite da un passato che interiormente non può sentire l’inesorabile trascorrere del tempo, ma che continuamente lo rende presente a sé stesso. Non è un paradosso temporale, né un asettico viaggio nel tempo con andata e ritorno, ma è la ricerca della pura essenza di forme che assumono lo statuto di emblema, icona, immagine che accomuni un innato sentimento mistico che sopravanzi qualsiasi barriera culturale, sociale e religiosa. Infatti Alfieri fa spesso riferimento alla verticalità, alla forma del totem, sorta di statua tribale ancorata nel terreno ( per la gravità ) e slanciata verso il cielo, quale manifestazione di unione tra le forze energetiche che spingono verso il centro della Terra ed allo stesso tempo si innalzano verso l’infinito. Sculture a tutto tondo o elementi singoli da disporre secondo un andamento progressivo a formare un’unica entità, composte da vari metalli ( metalli, terrecotte, plexiglass ), e che colpiscono per le loro forme misteriose, come fossero creazioni di civiltà scomparse nei millenni passati o proiezioni anticipate di un futuro talmente remoto da ricondurre l’uomo alle proprie origini, quale conferma della circolarità dell’esperienza storica umana. Ad esse Nino Alfieri abbina elementi elettronici amalgamati perfettamente alla struttura e che attribuiscono all’opera un comportamento, un programma che rivela una dinamica random in continua evoluzione. L’artista crea in questo modo “monumenti” multisensoriali portatori di una propria energia luminosa che si espande nello spazio circostante; oggetti dalla sconosciuta ritualità alchemica che propagano emanazioni energetiche nell’ambiente ed interagiscono con i dipinti che cambiano dinamicamente forme e colori a seconda delle frequenze luminose in continua variazione. Luce di Wood, luce ad incandescenza, luce ad infrarossi, ogni colore fotosensibile utilizzato dall’artista/alchimista reagisce svelando masse aerodinamiche in continuo movimento ( che l’artista definisce come forme-matrice, come forme organiche, semi, fossili, amigdale, puntali di aratro arcaiche … ) intrecciate a geometrie pulsanti che ciclicamente svaniscono e ricompaiono dalla superficie sottostante, a linee filamentose che disegnano i contorni sinuosi di queste forme che l’artista ripropone come emblemi psichici, mutamenti cromatici inaspettati e sorprendenti che coinvolgono la percezione in un’esperienza di totale coinvolgimento sensoriale. Presenza fondamentale è il suono, utilizzato da Alfieri come ulteriore estensione auditiva delle potenzialità evocative di ciascuna composizione, quale imprescindibile elemento costitutivo necessario al completamento e alla comprensione dell’intera opera. L’artista sceglie opere musicali composte appositamente oppure sonorità prese da culture di popolazioni isolate nelle parti più remote del Globo, o ancora musica elettronica di ricerca, facendo attenzione a non sconfinare in una didascalica descrizione degli eventi. Qualunque creazione artistica che abbia come elementi costitutivi l’unione di queste due forme di energia ( luce e suono ) non può che coinvolgere in un tripudio di sensazioni che possono evocare atmosfere “al limite” dell’esoterico, del magico, del metafisico, nelle quali ciascuno possa liberamente riconoscere determinate vibrazioni che corrispondono alla propria idea di sublimazione dell’arte.
“Astrofisico imaginario”
di Jacqueline Ceresoli
NINO ALFIERI: ASTROFISICO IMMAGINARIO L’artista milanese è un esploratore del mondo, folletto viaggiatore nel tempo e nello spazio, ammaliato dalle componenti fisiche dell’Universo che nelle forme della luce e nel potere evocativo del suono trova l’essenza della vita di/Jacqueline Ceresoli Nino Alfieri è tra gli eredi dello Spazialismo di Lucio Fontana, oltrepassa i limiti tra pittura, scultura e architettura, è un precursore della Light Art italiana, interessato dagli anni Settanta al comportamento dei pigmenti in base alla luce artificiale e naturale, riconoscibile per le sue indagini intorno al Cosmo dall’evanescenza pulsante. L’artista milanese è un esploratore del mondo, folletto viaggiatore nel tempo e nello spazio, ammaliato dalle componenti fisiche dell’Universo che nelle forme della luce e nel potere evocativo del suono trova l’essenza della vita. Alfieri è un empirista anomalo che spazia in diversi ambiti disciplinari. Combina materiali eterogenei, come metalli, terrecotte, sabbie, plexiglass, pigmenti fotosensibili, corpi luminosi in cui il suono diventa l’elemento aggregante di un tempo circolare per configurare un metaspazio immaginifico. Ne è un esempio Light Seed (2013), semi che emettono una luce rossa la cui intensità varia ciclicamente con evanescenze pulsanti e suoni composti appositamente dal musicista Corrado Saija. È un’opera in progress dall’energia ancestrale che continua ad evolversi in relazione al contesto nel quale viene esposta. Le opere di Alfieri, d’ispirazione organica-geologica, materializzano la trasformazione degli elementi, comprendono rudimenti di fisica e chimica, emergono dal buio grazie a pigmenti fluorescenti e fosforescenti. Le sue sculture elettroniche e gli ambienti presentano un appeal magico-primario, rimandano a culture arcaiche, a sinuose punte di frecce, lance e asce, puntali di aratro, vasi e altre stilizzazioni formali che svelano la sua vocazione archeologica. I suoi microorganismi variano le forme e i colori, con LED, neon e altri elementi luminosi che caratterizzano la sua poetica cosmogonica “tecno-organicista” da ascoltare oltre che da contemplare. Alfieri, archeologo visivo, nella sua bottega-laboratorio sperimenta forme evolutive germinanti, è affascinato dalla lanterna magica, tema ricorrente nei suoi lavori, come si vede in Betoniera Cosmica (2007) che illumina il quadro, un “Mandala che si forma nelle sue geometrie” scrive l’artista, in cui ha affinato il Metamerismo Dinamico, dalle suggestioni atemporali. Meteoriti, gemme, semi, fossili di un pianeta immaginario, il mago Alfieri gioca con la scienza, abile nel coniugare l’aspetto concettuale con quello manuale. Ci appare come un geologo sui generis che avrebbe suggestionato i filosofi presocratici con le sue opere che muovono a riflessioni sull’origine dell’Universo, intorno al Caos che dà origine al Cosmo. Tutto il suo fare è di ordine filosofico dove caso, rigore formale e coerenza poetica trovano un punto d’incontro nelle sue opere, incentrate sull’idea di un universo strutturato da un ordine prestabilito, governato dall’energia implicita nel Cosmo, visibile e vibrante. La mutazione fisica procede di pari passo con una ricerca spirituale e la luce nell’arte laicizza la tensione di un qualcosa di soprannaturale che dovrebbe rivelare un’armonia superiore, insita nell’Universo. Alfieri trova nel processo alchemico di trasformazione della materia una sua cifra stilistica distintiva e meditativa in cui la luce rivela forme archetipiche e simboliche come reperti d’infinito. Nel titolo delle opere di Alfieri c’è il messaggio di viaggi fantascientifici, naufragi oltre il buio sulle tracce di galassie luminescenti. Come si vede in Cono-Scienza (1994), Spirale (1997) e altre opere che sfidano le leggi di gravità e mettono lo spettatore al centro di una visione dell’inatteso. In particolare, nell’opera La scelta (2018/2020) è palese la sua attenzione per il mondo organico, in cui l’integrazione tra gli opposti, l’infinitamente piccolo all’infinitamente grande culmina in una deflagrazione di microrganismi in dialogo con l’immensità del cielo stellato. In questa ipnotica opera sonora le variazioni di frequenze luminose della parabola elettronica sono sincronizzate con i suoni di Ordo Coelestis del compositore Massimiliano Viel, che conducono lo spettatore in un viaggio immaginario intorno a cosmogonie dinamiche e luminose. Titoli a parte, in sintesi, le forme organiche, colori fluorescenti, microorganismi, vertebre di chissà quali animali e minerali inventati ricreati nel suo laboratorio, smascherano la sua passione per le civiltà primitive, in particolare il Neolitico, l’età della pietra, definito dall’uso di strumenti di pietra levigata quando l’uomo diventa cacciatore e raccoglitore. Alfieri è un cacciatore di galassie, di sogni d’infinitudine, e raccoglitore di buchi neri sulle tracce di una immaginaria Via Lattea mai scoperta, capace di usare “alchemicamente” differenti materiali “terrestri” che, sagomati dalla luce, alterano la percezione dello spazio e del tempo. Alfieri lavora sul doppio registro di luce “bianca” riflessa e luce nera, per scolpire forme centripete da contemplare e attraversare con cinque sensi, mirate al centro del mistero dell’origine dell’Universo. Nel suo Cosmo magia e scienza coesistono. È un Cosmo animato da organismi vibranti che pulsano di energia, grazie a pigmenti fotosensibili, configurazioni di giochi ottici di misteriose mappature spaziali di sistemi solari immaginati, composti da miliardi di stelle, pulviscoli, radiazioni e dalla materia dell’invisibile che si fa visibile nelle opere di Alfieri con e nella luce. Le sue cosmografie germinanti inscritte in mondo sferico tracciano una scia di viaggi metastellari in cui lo spettatore naufraga in un’immensità atemporale in bilico tra il limitato e l’illimitato. Qui si trovano reperti di energia primordiale, vortici da oltrepassare come guida visuale verso un futuro eterno, passando dalla luce Wood alle varie frequenze di luce incandescente al tungsteno, in cui spazio, gesto e segno si fanno sostanza, presenza e rivelazione. C’è qualcosa di ancestrale e di mistico in tutte le sue forme dinamiche ispirate alle avanguardie del primo Novecento, in primis Wassily Kandinsky. Vi compaiono elementi biologici osservati non con un telescopio ma con la luce, organicismi riaffiorati dalle tenebre anche attraverso il suono cartografano il Cosmo che evocano la notte dei tempi di un pianeta straniero e straniante verso arcipelaghi luminescenti, sul precipizio di una nuova astronomia di un altrove magnetico. La sua vocazione multisensoriale comprende la configurazione di un vuoto potenziale non come fine, bensì come mezzo di ricerca e risultato di un processo di contenitori di energia. Palpitanti soluzioni formali come elementi di condivisione e relazione legate da stimoli sensoriali, sculture di effetti visivi dai colori terrosi fotosensibili stimolati dalle frequenze luminose UV che sorprendono il fruitore. Come Light Sphere (N.1) del 2012, anticipate da Parabola (1999) ed Eclipse (2010) che orientano e disorientano la nostra percezione in bilico tra organico e immateriale. Areal Forms Danza Cosmica 01, istallazione cinetica presentata alla Biennale di Light Art a Mantova 2022, evoca un Big Bang immaginifico. Ipnotizza con le forme rotanti di un cerchio sinuoso, evoca oscillazioni acquatiche, linee fluide fluorescenti dall’equilibrio instabile, realizzata con fili di ferro di vari diametri curvati e saldati tra loro. Disegna nel vuoto arabeschi rotanti intorno all’oscurità, sospesa nello spazio come le sculture mobili di Alexander Calder, in cui i movimenti circolari policromi tracciano un vorticoso ineluttabile gioco ritmico oltre il Tempo dove si genera in un luogo smaterializzato e circoscritto dalla luce che appare e scompare la soglia dell’Eternità.





